Hortus Incomptus | vasi
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Fioriture novembrine

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Tlaspi o tlaspo, nome che indica anche altre crucifere, sia in italiano che in greco. Questo è il tlaspi d’inverno, piccolo arbusto spontaneo in certe zone d’Italia, su rupi assolate e sassose, ma coltivato da tempo immemore nei giardini della nonna, in vaso, per esibirne la fioritura in pieno inverno. Fiorisce, infatti, tra novembre e aprile. Mi piace l’asimmetria dei petali, due dei quali si allungano a linguetta verso l’esterno. Botanicamente, il tlaspi d’inverno è un tipo d’iberide: Iberis semperflorens. Il genere comprende anche Iberis umbellata, che fiorisce in primavera-estate e si risemina da sé con facilità; Iberis gibraltarica, endemica nella zona evocata dal nome specifico; Iberis sempervirens, a volte confusa con la semperflorens: la prima forma un cuscinetto sempreverde che reca in primavera candide infiorescenze che le hanno guadagnato l’appellativo di “fior di neve”, la seconda si distingue, appunto, per l’andare a fiore in un periodo un po’ sguarnito e disadorno. Il tlaspi d’inverno predilige un sostrato calcareo e non teme la siccità. Si riproduce senza fallo (o quasi) per taleaggio. Non è esente da pecche: tende col tempo ad assumere un aspetto scarmigliato e sparuto, per cui conviene rinnovare le piante con regolarità.

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Fumaggini

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Dopo un virulento attacco di mosca bianca, ecco apparire una livrea maculata di fumaggini…

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Fior di carta (straw flower). In botanica: Helichrysum monstruosumXerochrysum bracteatum (o via sinonimeggiando)

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Mi piacciono i rami flessuosi della gaura: pendono lassi dal terrazzo e porgono al vento le farfalle bianche dei loro fiori tremuli.

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Un’ape ci volge le terga, ma è tanto bellina che la perdoniamo.

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Fioriture le più varie

Nessun post stucchevole e prolisso; nessun divertissement pseudoletterario; nessun esercizio narcisistico di stile. Bando alle divagazioni oziose leziose vezzose. Oggi pubblico solo tre semplicissime foto di fiori. Non c’è tempo di documentare le tante fioriture estive: non si fa che innaffiare innaffiare innaffiare, senza posa.

La prima foto ritrae un astro, puro e schietto, timidino; è tutto botton d’oro centrale e cortissime ligule a raggiera. Poi c’è un giglio candido (non è però Lilium candidum, troppo tardi ormai per quelli), comprato da Ingegnoli due anni fa e tenuto in vaso. Da ultimo, una fioritura spontanea, un radicchio selvatico (Cichorium intybus); nei campi incolti le cicorie formano stupende nuvole pervinca, io ne ho solo tre quattro esemplari che ho salvato dal diserbo.

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Résumé dell’ultimo mese

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Rapito dal fascino ambivalente dei malvoni (sgraziati e leggiadri, facillimi e insidiosi, superati e sempre attuali), l’estate scorsa ne ho seminati un po’ della serie ‘Halo’, trapiantandoli in un fazzoletto riarso e petroso tra il lillà e una fila bassa di rose, a fare da quinta o cuscinetto. L’allegro assembramento di steli gagliardi si produce in questi giorni in uno spettacolo multicolore che alletta api e farfalle. Le piante sono coriacee e, pur essendo allampanate, hanno un fusto che non si piega qual canna al vento, ma si flette solo un po’ per le raffiche, restando ancorato saldo al terreno. Sono rotte a tutto; sfigurate dalla ruggine, crivellate dalle cavallette, smerlettate dagli antofagi: ma eccole sempre lì, che svettano invitte. Quando ho visto le pustole di ruggine picchiettare le foglie, a inizio stagione, ho avuto l’impulso iconoclasta di sradicare tutto: per fortuna mi sono frenato. La ruggine ha allignato, eppure le piante – per quanto  imbruttite e malconce – ancora non si dànno per vinte. Anche i ghirigori degli insetti che sforacchiano le foglie paiono recare più fastidio all’occhio del giardiniere esteta che vero guasto alle funzioni vitali delle piante.

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Nei vasi prosperano le dalie, cotte dal sole, e le ortensie, in un angolo fresco e ombroso. Le dalie sembrano ancora indenni dai soliti noiosi ragnetti, che causano chiazze depigmentate sulle foglie. Le ortensie si esibiscono in sfere fiorite inusitate, fuori misura rispetto ai vasetti di coccio in cui sono costrette. Hanno qualche foglia necrotica: purtroppo sono intervenuto tardi in loro soccorso e una prolungata clorosi ha lasciato questa traccia indelebile.

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Di sera mi piace sporgermi dal davanzale sul retro per osservare torme di rane e rospi di ogni foggia e grandezza uscire dall’aiuola umida delle pervinche o dal fresco corridoio che costeggia la casa a confine col muraglione del vicino. Col loro incedere lento a balzelli ineleganti mi suscitano un’immensa, divertita simpatia. Conto sul loro aiuto per tenere a bada il brulicare d’insetti e nemici multiformi del giardino. Ecco qui sotto uno di questi anfibi fedeli, che si è avventurato a caccia un po’ prima degli altri. Quelle horreur! Che visione turpe: il poveretto è tutto pieno di peli del mio cane, ubiquitari come i batteri. Te li ritrovi nel letto, nel piatto, in bocca, ovunque. Non si salvano neanche gli anfibi!

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Oh mamma: non si può mai star tranquilli! Sbaglio o sono chiodini? Proprio a fianco del ceppo marcescente della robinia abbattuta due anni fa. Notavo che l’ortensia bianca lì a fianco era stenterella… Ecco perché: la funesta Armillaria mellea, una vera iattura. Chissà come farò, anche perché ci sono molti altri ceppi in giardino (la betulla, i peschi, l’alloro, la magnolia: tutte essenze che ho falcidiato nella mia  follia di riforma del giardino preesistente…).  Bisognerebbe scavare, eliminare ceppi e terreno, disinfettare, non piantare per mesi.

Ho lasciato andare a seme il prezzemolo. Come tutte le ombrellifere (e le labiate), riesce irresistibile a numerosi insetti.

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Time to stand and stare?

What is this life if, full of care, / We have no time to stand and stare…

In giardino, da marzo a settembre, c’è talmente tanto da fare che davvero si rischia di obliterare l’invito del poeta a sostare e guardare. Oggi ho avuto – è un’eccezione – diverse ore da dedicare al giardino. Tra un’incombenza e l’altra, però, ho sostato e osservato, memore di quei versi. Il fiore che beve il sole cullato dalla brezza, l’ape che entra ronzante in una corolla e ne esce inzaccherata di polline, la lucertola che sguscia da un antro e si crogiola al caldo; ma anche il vaso sbrecciato, la terra smossa, il buco in terra, la foglia butterata: non vedo che bellezza intorno a me, in questi pochi metri di caos vegetale.

In un grande vaso a cassetta, di volgare plastica, si schiudono i fiordalisi, seminati a ottobre.

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Ovunque è un brulicare di insetti, ragni, piccoli rettili. Ecco due ospiti immortalati.

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Lungo un bordo di cemento si è ormai bene espansa Phlox subulata, in tre colori (fuxia, malva pallido, bianco).

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Sono belli i fiori selezionati, seminati, ripicchettati, trapiantati, concimati, innaffiati; ma sono belli anche quelli che fanno tutto da sé, come le molte specie del mio arazzo fiorito, ove pure sono un po’ soverchi i gialli squillanti dei tarassachi – un grido di gioia.

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Sono meravigliosi, certi nomi volgari di fiori, un po’ in tutte le lingue. Purtroppo, io stesso abuso del nome latino italianizzato, di solito del genere, talora della specie, appiattendo e neutralizzando tutta la densità storica, poetica, popolare, fitoalimurgica del nome volgare. Allora Campanula medium si fa banale campanula (e non ammiccante giulietta), Dahlia resta dalia (e non è giorgina), Aquilegia è solo aquilegia (e non colombina), Bergenia perde solo la maiuscola (e non è giuseppina)… Si potrebbe molto continuare, ma mi si sono per caso inanellati tutti nomi leziosi da vecchia zia giardiniera.

Ecco qui sotto, a proposito, le mie colombine, nate da seme, ora al secondo anno. All’ombra luminosa hanno finalmente trovato requie e un loro ubi consistam (consistant?).

Ci sarebbero millanta altre cose da fotografare. Ma il tempo deficita. Per elencare solo quello cui ho atteso oggi: diserbo manuale; innaffiatura dei vasi; divisione e trapianto di alcuni cespi di settembrini (sarebbe un po’ tardi, ma sono robusti e tollerano ogni strapazzo); semina di Cobaea scandens; ramazzata di foglie e semi del ligustro; lotta manuale contro cavallette, bruchi  e criocere del giglio; vangatura di un fazzolettino di terra; eliminazione delle foglie più deturpate delle malvarose (Puccinia malvacearum impazza e furoreggia!); controllo del vicino con la coda dell’occhio (onde evitare che diserbi con veleni il marcipiedi di fronte a casa, dove sono nati da sé papaveri, speronelle, calendule, lobularie, papaveri della California…).

Ecco però un ultimo scatto: una delle tante piantine nate in crepe e fessure, in questo caso una bocca di leone.

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Fine marzo

Come spesso succede, il mio piccolo mondo verde è scomposto e caotico. Non pioveva da tempo e oggi, finalmente, è piovuto. Ne approfitto per pubblicare qualche foto dei giorni scorsi.

Sul balcone fioriscono le violacciocche e i tulipani; si preparano a fiorire Convolvulus cneorum e le mie adorate e altrove decantate giuliette. Al posto delle ipomee, stremate dal ragnetto rosso gli scorsi anni, ho deciso di addossare a una grata in legno delle dipladenie bianche e rosa, ancorché a malincuore per il loro successo commerciale che me le rende un po’ sospette.

Il prato misto spontaneo è anche questa primavera un arazzo dalla freschezza naïf, tuttora in fase di metamorfosi perché l’ombrìa della magnolia (abbattuta a gennaio) è sostituita dal solatìo, ora mite ma che si farà impietoso d’estate… Prevalgono i gialli del tarassaco e i bianchi rosati delle pratoline, ma a cercare bene ci sono anche gli azzurri delle veroniche, i rosa più intensi del trifoglio, i blu delle ultime viole. I vicini hanno già rasato il loro prato impeccabile almeno due volte, pelandolo a vivo con decine di viavai del tosaerba per pochi metri quadri. Guardano alla mia giungla con disappunto, un po’ come i vicini di cui parla Michael Pollan in Second Nature, che attentano ai valori comuni della gentry americana colla loro negligenza nella cura del prato, vero totem della middle class e dei suburbs. Non sospettano che ci siano altri modi di concepire il giardino, meno plastificati.

Le malattie crittogamiche sono ancora sotto controllo, ma percepisco come siano lì lì per esplodere non appena le temperature si alzino e l’umidità si faccia insidiosa. Sto passando e ripassando macerato di equiseto, a scopo preventivo, nella speranza che riduca la necessità di passare lo zolfo ramato o il verderame.  Quanto ai parassiti, ho deciso di usare molto di più la semplice lotta manuale, quest’anno, limitando l’uso di prodotti, per naturali che siano, come il legno quassio e l’olio di neem, che di solito utilizzo se ci sono attacchi massicci. Le cavallette sono già in piena proliferazione: si sollevano dal prato (autentica grillara!) quando ci si passeggia sopra, e si beano al sole sui listelli di legno secco del balcone. Ci sono poi le cavallette tipiche solo dei colli veneti, Barbitistes vicetinus, che anche quest’anno sono già presenti, ancora piccolissime, nelle due versioni verde e melanica. Ne schiaccio tra le dita quante più posso, con sadico piacere misto a disgusto. Ne capto la presenza prima ancora di individuarle grazie ai trafori delle loro rosicchiature su fiori e foglie.

Nella serretta le dalie, che ho ritirato con il loro vaso e protetto con tessuto-non tessuto, stanno germogliando. Che sollievo! Temevo che questa prassi eterodossa riuscisse loro fatale (non avevo reale contezza di quale temperatura raggiungesse la serretta, d’inverno). Non c’era comunque il tempo, a novembre, di estrarle, disinfettarle, riporle, controllando poi che non seccassero né ammuffissero… Sono invece andate le calle bianche (Zantedeschia aethiopica), altra presenza démodé del mio giardino, stroncate dal gran freddo di quest’inverno. Non erano tra le mie presenze predilette, per quelle loro spate candide, senza profumo, di un’eleganza un po’ algida e frigida.

Nei prossimi giorni non avrò molto tempo e la pioggia scatenerà la crescita delle malerbe. Purtroppo avere un giardino progettato in modo scriteriato e caotico significa anche non riuscire bene ad accedere a tutte le zone per il diserbo accurato. Ci si può provare, con evoluzioni e torsioni circensi, ma l’esito è incerto e il rischio di pestare le plantule di fiori nate da sé qua e là (specialmente le speronelle) è molto alto. Sarebbe un delitto! Eppure, un po’ di largo occorre farlo…

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Ultimi giorni per le corolle solari dei narcisi. Poi, occorre avere pazienza finché le foglie si saranno seccate da sé…

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Consistenza cerosa, profumo delizioso, colore pastello: che cosa chiedere di più a un umile fiore?

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Tra le poche piante che non ho ottenuto da seme o divisione o bulbo. Un accostamento un po’ stonato nel mio giardino rosa bianco giallo, ma rompe la monotonia…

Violette (Viola tricolor) nate da sé con esemplari di Trombidium holosericeum o di Balaustium murorum (chiedo venia agli entomologi), l’innocuo ragnetto rosso del cemento o dei muri o del travertino.

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Diserbare a mano: condanna o ascesi?

Ecco le mie violacciocche superstiti (sono pedante e scrivo la parola con due -cc-, come mi piacerebbe che la scrivessero anche gli altri; ma è un po’ come “caffellatte” e “sopralluogo”: non c’è verso di vederli scritti correttamente, anche da persone ben istruite…).

Tornando al giardinaggio, devo dire che i colori delle violacciocche sopravvissute mi piacciono, anche se le piante sono malridotte dopo i miei tentativi di salvarle da una crittogama o dall’asfissia radicale, togliendo tutte le foglie ingiallite o marce, ossia la maggior parte…

Oggi ho dedicato molto tempo a diserbare, a mano, lentamente. Non piove da un bel po’, ma alcune piante “infestanti” sono turgide e lussureggianti ugualmente. Ho tolto, in modo mirato, solo tre specie, da me già in pieno vigore: il billeri primaticcio (Cardamine hirsuta), gli occhietti della Madonna (Veronica sp.), il centocchio comune (Stellaria media). Gli occhietti della Madonna sono molto belli quando formano folti cuscini, ma per apprezzarne i fiorellini azzurri occorre chinarsi o aguzzare la vista. Il centocchio produce fiorellini bianchi insignificanti; è commestibile, al pari delle altre citate, a quanto ne so, e se ne può fare una vellutata, ma da altre fonti desumo che va consumato con cautela per il contenuto di saponine. Forse è un po’ come Clematis vitalba, per cui vale la regola: poca, giovane, non da sola. Nel senso che è bene consumarla in piccole quantità, scegliendo solo getti giovani e mescolandola ad altre erbe. In ogni caso, sono molto diffidente e cauto, e in genere non raccolgo nulla, nemmeno se sono abbastanza certo dell’identità della pianta; l’unica erba che raccolgo e uso personalmente è il tarassaco: è difficile sbagliarsi e per di più è del tutto innocua, dato che gli unici effetti un po’ fastidiosi, se se ne abusa, sono quelli blandamente lassativi e diuretici.

Trovo davvero rilassante e rigenerante stare chino a togliere l’erbaccia. Per me la quintessenza dello zen o dello yoga. Si sta concentrati ma calmi a reiterare lo stesso gesto, ed è inevitabile che tutti gli altri pensieri inutili o ossessivi si dileguino, perché serve tutta la propria presenza mentale per strappare selettivamente solo le piante infestanti. Chissà se Tich Nath Han lo include tra le attività da fare con la massima presenza mentale per esercitarsi nella pratica della consapevolezza…

Insomma, un ricorso moderato al diserbo è senz’altro una forma di ascesi (che non vuol dire “ascesa”, ma esercizio spirituale, dal greco áskēsis). Però, che fatica! La schiena indolenzita riporta alla realtà. Più avanti in stagione, specie dopo le piogge, può diventare anche una condanna, nel senso che le malerbe spuntano ovunque, sono caparbie e prolifiche, quasi ineliminabili…

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Violette e bergenie: uno splendore…

… mentre le violacciocche sono venute malissimo. Ne ho seminate di doppie, bellissime nelle foto del catalogo di Chiltern Seeds. Ma fin dall’esordio è stato un disastro. A luglio, quando le ho seminate, sono nate senza difficoltà, in quantità industriale. Già pregustavo distese di profumatissime violacciocche di tinte meravigliose. Invece già al primo trapianto nei vasettini ho subìto una vera moria dovuta a nemici temibili attirati dalla torba che uso per le semine: gli sciaridi. Le larve di questi moscerini mangiucchiano le radichette dei semenzali, che si afflosciano su di sé e periscono. Ne ho salvate comunque un bel po’ e ho fatto il secondo errore: per farle riprendere, anche sapendo che sono della famiglia dei cavoli, ho esagerato con la concimazione: sono diventate tutte frondose, con foglie grandi da palme tropicali. Durante l’inverno poi si sono ammalate di muffa grigia e forse anche di asfissia radicale, per via dell’umidità stagnante che qui tutto ricopre e infradicia per mesi: foglie gialle e gemme ammuffite e distrutte. Avrei dovuto dare almeno due passate di verderame, ma d’inverno latitano le giornate libere, soleggiate, asciutte, e in cui il giardiniere non sia preda di umor nero. Risultato? Violacciocche striminzite, alcune decapitate, uno schifo.

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Violacciocca.

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Bucaneve. Uno solo in tutto il giardino, come l’anno passato; vedrò di rimpinguare, quest’autunno.

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Bulbosa minuscola e meravigliosa. Per sbaglio ne ho pestate altre due identiche. Non so che cosa sia, però…

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Pratoline: ce ne sono ovunque, al sole. Più le si pesta, taglia, trascura e meglio vengono.

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Elleboro: finalmente! L’anno scorso non mi ha degnato di fioritura. Dicono che gli ellebori siano come le peonie: dopo il trapianto fanno gli offesi per un po’. Sto aggiungendo cenere al terreno perché sono calcofili.

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Narcisi, fiorituri…

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Si riparte

Le temperature si sono alzate e le giornate sono perlopiù soleggiate o variabili. Non sempre piovose come la scorsa primavera. Si prospettano un risveglio anticipato e un bel daffare con le innaffiature dei vasi e non solo. Forse i miei narcisi a mezz’ombra riusciranno a fiorire tutti, senza abortire per l’eccesso di umidità.

Un rapido giro del giardino: tutto verdeggia e si prepara a esplodere. Ci sono violette davvero ovunque. Ne ho di tre tinte: le classiche viola sul davanti e nel lato est, un tipo più sul lilla o lavanda o mauve nel lato ovest, un tipo bianco nel vaso con la melissa. Poi ci sono varie viole residuate da piante comprate, ma disseminandosi hanno perso i colori originari.

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Aquilegia in vaso, da seme (i semi li ho rubati da un giardino del quartiere, abbandonato, che a mezz’ombra ad aprile è una distesa sterminata di aquilegie, che sembrano un paesaggio incantato). L’anno scorso ha fiorito poco, speriamo meglio quest’anno.

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Violette.

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Altre violette.

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Sedum (ora dovrebbe essere Hylotelephium) che si prepara a esplodere.

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Bergenie. Hanno un sacco di fiori, quest’anno. Certo, sono frugali e robuste, ma trattandole bene si esibiscono in fioriture spettacolari.

Iberis semperflorens, da talea. Sto cercando di rinnovare il “parco piante” perché l’esemplare che ho ereditato è un po’ disordinato. Qui in quartiere ce l’hanno tutti, l’iberide. Ha i fiori da circa un mese, un vero fiore invernale.

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Addio prima del freddo

Potrei continuare con suggestive riprese di ragnatele grondanti goccioline d’umidità o foto poetiche coi ricami della galaverna. Invece, fino a primavera 2017 non pubblicherò proprio niente. L’inverno incombe con tutta la sua tetraggine. Fino a novembre ci sarà tempo per ricoverare le piante freddolose (ne ho poche), ma già so che non farò grandi lavori: ritirerò i due enormi vasi con le dalie rosa e la schefflera ereditata. Lascerò invece i gladioli in terra, perché oltre a non avere l’energia per espiantarli, qui il terreno è già zuppo e andare a pestare il giardino non è il massimo. La mia voglia di stare fuori diminuisce con lo scemare delle ore di luce (abito in collina e il fenomeno è più accentuato: anche in giornate soleggiate il sole si vede solo dalle undici alle tredici, in pieno inverno, per il resto è coperto nella sua bassa parabola dalla collina prospiciente). Riprenderò con rinnovato vigore a febbraio 2017.

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Cosmos: ormai una specie di intrico indisciplinato.

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Dalia. Purtroppo, è una delle poche foto decenti che posso pubblicare. Anzi, una delle poche infiorescenze decenti. Temo che le mie dalie abbiano sofferto per tutta la stagione di un fenomeno detto fasciazione: i petali erano piccoli o malformati, a volte verdini anziché rosa. Non ne so bene la ragione, forse i soliti ragnetti che qui sono molto aggressivi e prolifici.

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Rosa: siamo al quarto (e ultimo) giro di rifiorenza.

Farfalla mal fotografata…

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Crisantemi. Non vado pazzo per questi specifici crisantemi (ereditati), ma devo ammettere che sono tra le poche fioriture di ottobre/novembre. Arrivederci al 2017.

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Congedo all’estate

Si intrecciano a quelle autunnali le ultime fioriture delle perenni e annuali estive. Mi sembra un arrivederci…

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Coreosside. Un giallo praticamente perfetto.

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Solita, unica, pianta di gaillardia. Sono tinte che non sceglierei, ma a caval donato (dal vento) non si guarda in bocca.

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Gaura. Ne ho di due colori. Questa, ‘Alba’, è superlativa per ramificazione e rifiorenza. Peccato che sia l’altra – di un colore tra porpora e rosa – a essersi già disseminata in giardino.

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Cosmos da seme. Mi hanno fatto dannare per tutta l’estate. Alcuni sono collassati dopo un temporale, altri sono seccati all’improvviso (temo per una malattia tipo verticilliosi o simile), altri hanno stentato a fiorire tutta l’estate, mettendo solo foglie (piumose e leggiadre, ma… pur sempre foglie; motivo? Forse acari o eccesso di azoto nel terreno). Adesso che sono riprese le piogge, sono letteralmente rinati. Era ora!

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Fuochi d’artificio: il botto finale.

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Apice dell’estate

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Petunie dono dal vivaio Degl’Innocenti, dove ho ordinato qualche giaggiolo.

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Cosmos.

Gladiolo comprato da Raziel.

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Petunie.

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Ibisco nato da seme. Un grande classico, in questa tinta, nei giardini di campagna e suburbani qui in Veneto.

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Infaticabili portulache.

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Tagete da seme (Thompson-Morgan), giallo canarino chiaro; seminato in giugno, molto tardi…

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Quando si dice giardino spettinato…

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Arruffamento massimo.

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Giardino spelacchiato e un po’ riarso.

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Fioriture intrecciate, a cascata: un caos.

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Le ipomee, a furia di innaffiarle, si sono liberate dal ragnetto rosso; ora si salvi chi può…

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Cassetta di tagete. Non mi piacciono quelli color mattone. Di tutti apprezzo l’odore verde ficcante.

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Garofanino giunto chissà donde.

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Achillea da seme. Vera xerofila, o pianta da xeriscape com’è più di moda dire. Ama cuocersi al sole, coi piedi tra i sassi.

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Piena estate: gigli, gaure, gaillardie…

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Le gaure non hanno bisogno di commenti; viene solo da chiedersi come si sia potuti vivere senza! Mi sto forse omologando: ormai le gaure sono ovunque, persino nei vasi che decorano i ponti in città. Per me, però, sanno ancora di novità ed è lontano il giorno in cui mi verranno a noia, se mai lo faranno.

Qui sotto, in sequenza, un sedum da talea con le foglie un po’ mangiucchiate (le lumache scalano persino i vasi!) e ingiallite (devo aver preso troppo sul serio le indicazioni colturali “terreno povero e ben drenato”: temo si tratti di carenza di azoto…); un giglio (profumo inebriante e celestiale); un’ipomea nata lungo la recinzione da semi della stagione avanti; una gaillardia nata chissà come e chissà perché.

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Encomio delle petunie vecchio stile

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Vi elogio, petunie prodighe, esuberanti, indefesse. Il caldo di luglio sprigiona dai vostri fiori nubi odorose dense e fluttuanti. Avete colori pastello poco vistosi se non per l’accumulo di corolle molteplici. Tutt’altra cosa le cascate porpora e fucsia delle surfinie che ha la vicina, festoni che si avvistano già dall’imboccatura della via. Non vi trovo un difetto: siete memoria vivente dei giorni quand’ero bambino.

Se mi scrollo di dosso i sogni nostalgici, vi metto però a fuoco col senno del giardiniere. Vi ho messe in cassette troppo strette e vi bagno e concimo copiosamente due volte al giorno, ma già scorgo l’insidia: qualche foglia ha macchie sospette, tra non molto esploderà una qualche crittogama, forse mal bianco. Meglio godere della vostra grazia finché dura.

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Vecchi e nuovi protagonisti in giardino

La mia gaura prediletta è questa, ‘Alba’ o alba: è ben ramificata e davvero splendida. Mi ripropongo di averne altre piante: proverò a farne talee, sperando di avere tempo quando verrà il momento opportuno (ma ho i miei timori…).

L’effetto – mi ripeto – è quello di farfalle di carta velina. I fiori rimangono ben aperti la mattina, per poi chiudersi quando il sole picchia con forza massima, prima e dopo mezzogiorno.

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Terribile e meraviglioso Oryctes nasicornis

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Inizia la fioritura di una malvarosa nata da sé e scampata al diserbo perché presa per una lunaria

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Astilbe: piumini rosa di tra le capsule residue dei papaveri

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Ape intenta ad esplorare Phacelia tanacetifolia

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