Hortus Incomptus | violacciocche
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Piove

Il pleure dans mon cœur
Comme il pleut sur la ville;
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon cœur? (Verlaine)

Il giardiniere (l’uomo?) non è mai contento. Se non piove, perché non piove. Se piove, perché piove.

Ho invocato la pioggia per settimane, che adesso mi aduggia e m’inquieta. Piove ormai quasi tutti i giorni da giorni. Rose e peonie pendono grasse e sguaiate come maschere sfatte. Facelie e coriandoli svettavano al cielo ma adesso la pioggia li preme e li alletta pesanti per terra. Arrivano spore di funghi e si posano e aspettano; se ne stanno come in erba l’angue in agguato; al primo sole sarà tutto un fiorire di chiazze e di macchie.

Tolgo dai vasi in balcone le violacciocche, scomposte, sparute, sfiorite. Ne viene un mazzetto, fâné. Mi par degno di foto, così lo immortalo. S’intona col grigio di fuori, di dentro, di tutto. Non mi scuce un sorriso ma solo mestizia. Invocherò adesso il sole, come ho invocato la pioggia. Che tronchi la litania balbuziente di questa tristezza.

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Diserbare a mano: condanna o ascesi?

Ecco le mie violacciocche superstiti (sono pedante e scrivo la parola con due -cc-, come mi piacerebbe che la scrivessero anche gli altri; ma è un po’ come “caffellatte” e “sopralluogo”: non c’è verso di vederli scritti correttamente, anche da persone ben istruite…).

Tornando al giardinaggio, devo dire che i colori delle violacciocche sopravvissute mi piacciono, anche se le piante sono malridotte dopo i miei tentativi di salvarle da una crittogama o dall’asfissia radicale, togliendo tutte le foglie ingiallite o marce, ossia la maggior parte…

Oggi ho dedicato molto tempo a diserbare, a mano, lentamente. Non piove da un bel po’, ma alcune piante “infestanti” sono turgide e lussureggianti ugualmente. Ho tolto, in modo mirato, solo tre specie, da me già in pieno vigore: il billeri primaticcio (Cardamine hirsuta), gli occhietti della Madonna (Veronica sp.), il centocchio comune (Stellaria media). Gli occhietti della Madonna sono molto belli quando formano folti cuscini, ma per apprezzarne i fiorellini azzurri occorre chinarsi o aguzzare la vista. Il centocchio produce fiorellini bianchi insignificanti; è commestibile, al pari delle altre citate, a quanto ne so, e se ne può fare una vellutata, ma da altre fonti desumo che va consumato con cautela per il contenuto di saponine. Forse è un po’ come Clematis vitalba, per cui vale la regola: poca, giovane, non da sola. Nel senso che è bene consumarla in piccole quantità, scegliendo solo getti giovani e mescolandola ad altre erbe. In ogni caso, sono molto diffidente e cauto, e in genere non raccolgo nulla, nemmeno se sono abbastanza certo dell’identità della pianta; l’unica erba che raccolgo e uso personalmente è il tarassaco: è difficile sbagliarsi e per di più è del tutto innocua, dato che gli unici effetti un po’ fastidiosi, se se ne abusa, sono quelli blandamente lassativi e diuretici.

Trovo davvero rilassante e rigenerante stare chino a togliere l’erbaccia. Per me la quintessenza dello zen o dello yoga. Si sta concentrati ma calmi a reiterare lo stesso gesto, ed è inevitabile che tutti gli altri pensieri inutili o ossessivi si dileguino, perché serve tutta la propria presenza mentale per strappare selettivamente solo le piante infestanti. Chissà se Tich Nath Han lo include tra le attività da fare con la massima presenza mentale per esercitarsi nella pratica della consapevolezza…

Insomma, un ricorso moderato al diserbo è senz’altro una forma di ascesi (che non vuol dire “ascesa”, ma esercizio spirituale, dal greco áskēsis). Però, che fatica! La schiena indolenzita riporta alla realtà. Più avanti in stagione, specie dopo le piogge, può diventare anche una condanna, nel senso che le malerbe spuntano ovunque, sono caparbie e prolifiche, quasi ineliminabili…

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violacciocche

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Ho una vera ossessione per le biennali (e altre annuali o perenni trattate come tali). Sin da quando seminavo e trapiantavo i garofanini dei poeti d’estate nel giardino dei miei, da bambino e adolescente. La passione si perpetua. I motivi sono fondamentalmente due: in primis si seminano in un periodo lavorativamente tranquillo (d’estate), con tutto il tempo di accudirle come si deve, in secundis sono tra le piante che meglio educano il giardiniere a esercitare a una delle virtù che più lo caratterizzano: la pazienza, visto che occorre aspettare che sia passato l’inverno per vederle fiorire.

Col termine “violacciocche” si designano due specie, in realtà: Matthiola incana e Cheiranthus cheiri (syn. Erysimum cheiri). Si somigliano, ma le prime hanno tipicamente tinte romantiche dal bianco al viola intenso (sono le stocks dei vecchi giardini inglesi), le seconde colori sgargianti e sfacciati dal giallo al rosso mattone. Sono entrambe brassicacee (o crucifere): come i cavoli, sono forti consumatrici di sostanze nutritive, e come i cavoli possono essere preda di cavolaie e altre pieridi. Sono calcofile, sicché mi piace mescolare al terreno in cui le metto a dimora un po’ di cenere di stufa (che andrebbe setacciata per eliminare i carboni, ma il mio spartano armamentario da giardiniere non comprende setacci, per ora…).

I semi delle violacciocche delle foto di oggi recavano sulla busta la dicitura “violacciocche di Nizza”. Le piantine sopravvissute alla calura estiva, al trapianto, all’inverno, a un’insidiosa e ostinata malattia fungina (credo si sia trattato di Peronospora matthiolae) sfoggiano fiori vinaccia e magenta. In teoria dovevano essere di vari colori, ma l’esito è stato questo: le due mattiole in vaso sono uscite magenta, le otto-dieci piantumate in un’aiuola sono risultate vinaccia. Meglio così: effetto più compatto e meno volgare. La natura a volte crea un effetto estetico più equilibrato di quello cui mira il giardiniere.

Mi viene in mente, a proposito, che la volgarità è uno dei grandi rischi dell’arte orticola (si dovrebbe dire così, giacché hortus è l’orto-giardino, come il garden, mentre molti adottano il nuovo conio “giardinicolo/giardiniero”, che a me non piace).

Dicevo: la volgarità, da cui non mi proclamo esente (come non sono esente in giardino da ingenuità, negligenza, leziosità, barocchismo, autoreferenzialità), è uno dei grandi rischi orticoli. Credo che evitare – per quanto possibile – il colore rosso possa aiutare, specialmente in un giardino di ridotte dimensioni. Come aiuta astenersi dal conformismo e dalla moda, scegliendo in base al gusto e non al mercato.

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violacciocca di nizza

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Risveglio di primavera:
la natura fa da sé

C’è sempre troppo poco tempo per il giardino, e anche le forze deficitano. Per fortuna sembra che la natura di questi tempi sappia fare anche da sé, senza grandi interventi: sono lontane le arsure estive che rendono il mio terreno uno zoccolo granitico riarso percorso da crepe larghe due dita e che fanno dell’innaffiatura un onere imperativo ed esoso in termini di tempo ed energia. In questi giorni posso godermi i primi frutti del lavoro autunnale e dare solo qualche indirizzo alla natura, che trabocca di linfe vitali. Gli steli si sollevano, le gemme si gonfiano e aprono, le foglie sono di un verde brillante che sa di nuovo. Tutto parla solo di speranza e palingenesi.

Nelle foto qui sotto: le heuchere divise in ottobre allungano gli steli (anch’esse lascito dei precedenti inquilini, e anch’esse molto “giardino della nonna” o “delle vecchie signore”), le violacciocche di Nizza (adoro la tinta di questo particolare esemplare…), una pratolina, un altro narciso (con i petali merlettati da una neanide di Barbitistes vicetinus – And his dark secret love/Does thy life destroy…), uno dei moltissimi esemplari di papavero selvatico nati dalla mia improvvida idea di spargere un po’ di semi qua e là l’estate passata, una spartana seminiera con piantine di finocchi, un tulipano viola, il turbante arancio di un papavero della California (da quei pochi che avevo seminato qua e là l’anno scorso nel prato misto fiorito antistante la casa ne sono venute quest’anno decine e decine: spuntati in autunno, ora stanno per fiorire).

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