Hortus Incomptus | ospiti
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Sirfidi, gatti, tlaspi

Oggi ho approfittato del sole per rassettare il giardino. C’erano foglie sparse da raccattare, piante freddolose da ricoverare (mi prendo per tempo e infatti lascio socchiusa la porta della serra, ché freddo ancora non fa), plantule di verbasco e digitale da rinvasare.

Ho dovuto anche rimediare – in parte – ai danni dei nostri tre nuovi micetti, con mamma al séguito, che notte e giorno si scatenano e producono in folli acrobazie sui miei preziosissimi vasi, spezzando e scalzando qualunque cosa. La catasta di legna è mezza crollata; i giovani verbaschi sono stati triturati ad artigliate come prezzemolo alla mezzaluna; non si contano i vasi rovesciati o rimasti orfani dei loro ospiti vegetali, che – lanciati in orbita – ora giacciono esanimi a terra, chissà dove; che dire poi delle aiuole che avevo diserbato a mano a fine estate: sembrano un campo di battaglia, tutto dossi e crateri.

Per fortuna ci sono, immerse nel verde tuttora smeraldino di quest’autunno che sembra estate, tantissime fioriture: crisantemi sopra ogni cosa, sgargianti e perfetti, e poi tutto un trapasso di fioriture tardive e incipienti (ultime gazanie, dalie, abelie, ipomee e la filigrana profumata di miele; prime viole, tlaspi, stellarie – maledette! –; c’è anche qualche sparuta rosa e giuseppina intenta a rifiorire; infine, un ramettino di Phlox subulata ha proprio sbagliato stagione e si produce in pochi timidi fiorellini bianchi, quasi a saggiare gli elementi…). Qua e là svolazzano sirfidi e api, mentre le turpissime cimici, che quest’anno ci hanno colonizzato come un’invasione aliena, s’infilano in ogni interstizio. Ho visto persino una coccinella, quasi un’epifania.

Dimentico qualcosa? Sì, il foliage, come usa dire da qualche anno, con parola inglese pronunciata alla francese (d’altronde da lì viene, anche se la forma feuillage, una volta entrata in inglese, si è ibridata coi derivati di folium). Da me i rossi più belli sono quelli delle ortensie e del pero corvino; non ho infatti sommacchi, quelli sono sui Colli intorno a casa mia, e la vite americana che ho in vaso si è già sfogliata.

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Fumaggini

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Dopo un virulento attacco di mosca bianca, ecco apparire una livrea maculata di fumaggini…

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Fior di carta (straw flower). In botanica: Helichrysum monstruosumXerochrysum bracteatum (o via sinonimeggiando)

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Mi piacciono i rami flessuosi della gaura: pendono lassi dal terrazzo e porgono al vento le farfalle bianche dei loro fiori tremuli.

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Un’ape ci volge le terga, ma è tanto bellina che la perdoniamo.

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Carducciando un po’…

Mentre lavoricchio in giardino mi sovvengono brani e frammenti. Stamane, chissà per quale associazione, mentre innaffiavo mi ronzava in testa il famigerato T’amo-pio-bove di ginnasiale memoria: forse la mattinata placida, coi cani irosi del vicino ridotti a più miti consigli dall’afa che stronca.

 

Nessun bove nel mio microcosmo, né gallina o mulo o porcellino. Solo fauna selvatica e financo selvaggia, benefica o molesta. Dopo aver acquato mi son messo un po’ a caccia di cavallette, novello Apollo parnópios. Sono ancora piccole, di almeno tre specie diverse, di cui solo due ho identificato; oltre a questo, le differenzia pure il colore, pur all’interno della stessa specie: per esempio, la classica cavalletta italica è ora verdognola ora marroncina, da piccola, un po’ come le mantidi (resto aperto a correzioni e bacchettamenti da parte di eventuali entomologi tra i miei molto meno che venticinque lettori). Le locuste hanno una fame atavica, funesta, proverbiale. Più in basso allego la foto di una foglia di malvone dopo il fiero pasto.

 

Catturarle non è facile. Occorre, più che velocità, tattica. Le si deve stringere tra le dita e la foglia o il fusto cui sono poggiate, in modo che non abbiano via di fuga. Finché son piccine è agevole, poi crescendo metton su cosce e polpacci temibili, e se le si stringe tra le mani si divincolano con veemenza facendo scattare a più non posso le zampe, che segano e tagliano la pelle come lame. Un’esperienza da non ritentare.

 

Una volta che le si ha tra le dita, è necessario portare a termine l’impresa. Le si fa scorrere senza premere per non fare frittate immonde. A quel punto le si posa sull’impiantito tenendole per un lembo col dito e giù di ciabatte per farne marmellata. A volte sono più ardito o collerico e allora le spremo tra le dita. Poi corro a lavarmi le mani: leggevo da qualche parte che possono veicolare la salmonellosi e anche chi le mangia (sic) lo fa previa cottura (ora sì che mi sento tranquillo).

 

Tornando al bove, mi è saltato l’uzzolo di fare il verso al Carducci; ne è venuta una poesiola grottesca. Eccola qui:

La locusta

Locusta, io t’odio; e ributtante un senso

Di ripulsa e schifo al cor m’infondi,

O che vorace come lupa scempio

Fai e qual tabe sulle piante incombi,

O che scattando ben per tempo

L’agil man dell’ortolano scampi:

Ei ti maledice e scaccia, ma tu con ampi

Balzi e accorti occhi ti salvi.

E col tuo defecar atro e turpe,

Col tuo mai sazio crapular di ganasce,

Lo fai della natura odioso, che non fu mai.

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Résumé dell’ultimo mese

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Rapito dal fascino ambivalente dei malvoni (sgraziati e leggiadri, facillimi e insidiosi, superati e sempre attuali), l’estate scorsa ne ho seminati un po’ della serie ‘Halo’, trapiantandoli in un fazzoletto riarso e petroso tra il lillà e una fila bassa di rose, a fare da quinta o cuscinetto. L’allegro assembramento di steli gagliardi si produce in questi giorni in uno spettacolo multicolore che alletta api e farfalle. Le piante sono coriacee e, pur essendo allampanate, hanno un fusto che non si piega qual canna al vento, ma si flette solo un po’ per le raffiche, restando ancorato saldo al terreno. Sono rotte a tutto; sfigurate dalla ruggine, crivellate dalle cavallette, smerlettate dagli antofagi: ma eccole sempre lì, che svettano invitte. Quando ho visto le pustole di ruggine picchiettare le foglie, a inizio stagione, ho avuto l’impulso iconoclasta di sradicare tutto: per fortuna mi sono frenato. La ruggine ha allignato, eppure le piante – per quanto  imbruttite e malconce – ancora non si dànno per vinte. Anche i ghirigori degli insetti che sforacchiano le foglie paiono recare più fastidio all’occhio del giardiniere esteta che vero guasto alle funzioni vitali delle piante.

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Nei vasi prosperano le dalie, cotte dal sole, e le ortensie, in un angolo fresco e ombroso. Le dalie sembrano ancora indenni dai soliti noiosi ragnetti, che causano chiazze depigmentate sulle foglie. Le ortensie si esibiscono in sfere fiorite inusitate, fuori misura rispetto ai vasetti di coccio in cui sono costrette. Hanno qualche foglia necrotica: purtroppo sono intervenuto tardi in loro soccorso e una prolungata clorosi ha lasciato questa traccia indelebile.

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Di sera mi piace sporgermi dal davanzale sul retro per osservare torme di rane e rospi di ogni foggia e grandezza uscire dall’aiuola umida delle pervinche o dal fresco corridoio che costeggia la casa a confine col muraglione del vicino. Col loro incedere lento a balzelli ineleganti mi suscitano un’immensa, divertita simpatia. Conto sul loro aiuto per tenere a bada il brulicare d’insetti e nemici multiformi del giardino. Ecco qui sotto uno di questi anfibi fedeli, che si è avventurato a caccia un po’ prima degli altri. Quelle horreur! Che visione turpe: il poveretto è tutto pieno di peli del mio cane, ubiquitari come i batteri. Te li ritrovi nel letto, nel piatto, in bocca, ovunque. Non si salvano neanche gli anfibi!

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Oh mamma: non si può mai star tranquilli! Sbaglio o sono chiodini? Proprio a fianco del ceppo marcescente della robinia abbattuta due anni fa. Notavo che l’ortensia bianca lì a fianco era stenterella… Ecco perché: la funesta Armillaria mellea, una vera iattura. Chissà come farò, anche perché ci sono molti altri ceppi in giardino (la betulla, i peschi, l’alloro, la magnolia: tutte essenze che ho falcidiato nella mia  follia di riforma del giardino preesistente…).  Bisognerebbe scavare, eliminare ceppi e terreno, disinfettare, non piantare per mesi.

Ho lasciato andare a seme il prezzemolo. Come tutte le ombrellifere (e le labiate), riesce irresistibile a numerosi insetti.

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Dopo l’agognata pioggia, esplodono le fioriture

Oggi, al ritorno da un breve viaggio per motivi di studio, ritrovo il giardino in pieno rigoglio; ci sono stati tre o quattro acquazzoni che finalmente hanno intriso per bene d’acqua il terreno che ormai supplicava pietà dopo mesi di arsura.

Mi rincresce solo per la distesa fiorita di fronte a casa, che l’anno passato era molto più variegata, mentre ora è una distesa di soli papaveri della California, tutti tinta arancio – a séguito dello scavo eseguito con un mostro meccanico quest’inverno. Evidentemente tutti gli altri semi sono più deboli, o i papaveri della California sono veri eroi dell’autodisseminazione.

Eccoli qui che si bevono il sole a petali ben divaricati, tutti dritti come soldatini. L’aiuola così monocroma, monotona, monocorde non l’avrei voluta. Ho provato a prevenire e rimediare seminando a spaglio papaveri di altri colori, fiordalisi, e praticamente tutti gli avanzi di sementi che ho ripescato dal bussolotto di latta che ho adattato alla bisogna. Pazienza: conviene far buon viso e godersi questo colore intenso, squillante ma ammorbidito dalla consistenza ora cerosa ora sericea ora di velluto. Non conosco altri fiori con la stessa tinta e tessitura.

Però, ecco: vedo occhieggiare qua e là qualche cenno di altri fiori. Alcuni li conosco, altri no. Vedo qualche ciuffetto di Saponaria ocymoides e uno o due timidi fiordalisi. Per il resto, il rettangolo centrale dell’aiuola è davvero una prateria arancione.

viola arancio

Weigela

Saponaria ocymoides

sul selciato

peonia

peonie

Centaurea

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Time to stand and stare?

What is this life if, full of care, / We have no time to stand and stare…

In giardino, da marzo a settembre, c’è talmente tanto da fare che davvero si rischia di obliterare l’invito del poeta a sostare e guardare. Oggi ho avuto – è un’eccezione – diverse ore da dedicare al giardino. Tra un’incombenza e l’altra, però, ho sostato e osservato, memore di quei versi. Il fiore che beve il sole cullato dalla brezza, l’ape che entra ronzante in una corolla e ne esce inzaccherata di polline, la lucertola che sguscia da un antro e si crogiola al caldo; ma anche il vaso sbrecciato, la terra smossa, il buco in terra, la foglia butterata: non vedo che bellezza intorno a me, in questi pochi metri di caos vegetale.

In un grande vaso a cassetta, di volgare plastica, si schiudono i fiordalisi, seminati a ottobre.

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Ovunque è un brulicare di insetti, ragni, piccoli rettili. Ecco due ospiti immortalati.

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Lungo un bordo di cemento si è ormai bene espansa Phlox subulata, in tre colori (fuxia, malva pallido, bianco).

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Sono belli i fiori selezionati, seminati, ripicchettati, trapiantati, concimati, innaffiati; ma sono belli anche quelli che fanno tutto da sé, come le molte specie del mio arazzo fiorito, ove pure sono un po’ soverchi i gialli squillanti dei tarassachi – un grido di gioia.

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Sono meravigliosi, certi nomi volgari di fiori, un po’ in tutte le lingue. Purtroppo, io stesso abuso del nome latino italianizzato, di solito del genere, talora della specie, appiattendo e neutralizzando tutta la densità storica, poetica, popolare, fitoalimurgica del nome volgare. Allora Campanula medium si fa banale campanula (e non ammiccante giulietta), Dahlia resta dalia (e non è giorgina), Aquilegia è solo aquilegia (e non colombina), Bergenia perde solo la maiuscola (e non è giuseppina)… Si potrebbe molto continuare, ma mi si sono per caso inanellati tutti nomi leziosi da vecchia zia giardiniera.

Ecco qui sotto, a proposito, le mie colombine, nate da seme, ora al secondo anno. All’ombra luminosa hanno finalmente trovato requie e un loro ubi consistam (consistant?).

Ci sarebbero millanta altre cose da fotografare. Ma il tempo deficita. Per elencare solo quello cui ho atteso oggi: diserbo manuale; innaffiatura dei vasi; divisione e trapianto di alcuni cespi di settembrini (sarebbe un po’ tardi, ma sono robusti e tollerano ogni strapazzo); semina di Cobaea scandens; ramazzata di foglie e semi del ligustro; lotta manuale contro cavallette, bruchi  e criocere del giglio; vangatura di un fazzolettino di terra; eliminazione delle foglie più deturpate delle malvarose (Puccinia malvacearum impazza e furoreggia!); controllo del vicino con la coda dell’occhio (onde evitare che diserbi con veleni il marcipiedi di fronte a casa, dove sono nati da sé papaveri, speronelle, calendule, lobularie, papaveri della California…).

Ecco però un ultimo scatto: una delle tante piantine nate in crepe e fessure, in questo caso una bocca di leone.

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Fine marzo

Come spesso succede, il mio piccolo mondo verde è scomposto e caotico. Non pioveva da tempo e oggi, finalmente, è piovuto. Ne approfitto per pubblicare qualche foto dei giorni scorsi.

Sul balcone fioriscono le violacciocche e i tulipani; si preparano a fiorire Convolvulus cneorum e le mie adorate e altrove decantate giuliette. Al posto delle ipomee, stremate dal ragnetto rosso gli scorsi anni, ho deciso di addossare a una grata in legno delle dipladenie bianche e rosa, ancorché a malincuore per il loro successo commerciale che me le rende un po’ sospette.

Il prato misto spontaneo è anche questa primavera un arazzo dalla freschezza naïf, tuttora in fase di metamorfosi perché l’ombrìa della magnolia (abbattuta a gennaio) è sostituita dal solatìo, ora mite ma che si farà impietoso d’estate… Prevalgono i gialli del tarassaco e i bianchi rosati delle pratoline, ma a cercare bene ci sono anche gli azzurri delle veroniche, i rosa più intensi del trifoglio, i blu delle ultime viole. I vicini hanno già rasato il loro prato impeccabile almeno due volte, pelandolo a vivo con decine di viavai del tosaerba per pochi metri quadri. Guardano alla mia giungla con disappunto, un po’ come i vicini di cui parla Michael Pollan in Second Nature, che attentano ai valori comuni della gentry americana colla loro negligenza nella cura del prato, vero totem della middle class e dei suburbs. Non sospettano che ci siano altri modi di concepire il giardino, meno plastificati.

Le malattie crittogamiche sono ancora sotto controllo, ma percepisco come siano lì lì per esplodere non appena le temperature si alzino e l’umidità si faccia insidiosa. Sto passando e ripassando macerato di equiseto, a scopo preventivo, nella speranza che riduca la necessità di passare lo zolfo ramato o il verderame.  Quanto ai parassiti, ho deciso di usare molto di più la semplice lotta manuale, quest’anno, limitando l’uso di prodotti, per naturali che siano, come il legno quassio e l’olio di neem, che di solito utilizzo se ci sono attacchi massicci. Le cavallette sono già in piena proliferazione: si sollevano dal prato (autentica grillara!) quando ci si passeggia sopra, e si beano al sole sui listelli di legno secco del balcone. Ci sono poi le cavallette tipiche solo dei colli veneti, Barbitistes vicetinus, che anche quest’anno sono già presenti, ancora piccolissime, nelle due versioni verde e melanica. Ne schiaccio tra le dita quante più posso, con sadico piacere misto a disgusto. Ne capto la presenza prima ancora di individuarle grazie ai trafori delle loro rosicchiature su fiori e foglie.

Nella serretta le dalie, che ho ritirato con il loro vaso e protetto con tessuto-non tessuto, stanno germogliando. Che sollievo! Temevo che questa prassi eterodossa riuscisse loro fatale (non avevo reale contezza di quale temperatura raggiungesse la serretta, d’inverno). Non c’era comunque il tempo, a novembre, di estrarle, disinfettarle, riporle, controllando poi che non seccassero né ammuffissero… Sono invece andate le calle bianche (Zantedeschia aethiopica), altra presenza démodé del mio giardino, stroncate dal gran freddo di quest’inverno. Non erano tra le mie presenze predilette, per quelle loro spate candide, senza profumo, di un’eleganza un po’ algida e frigida.

Nei prossimi giorni non avrò molto tempo e la pioggia scatenerà la crescita delle malerbe. Purtroppo avere un giardino progettato in modo scriteriato e caotico significa anche non riuscire bene ad accedere a tutte le zone per il diserbo accurato. Ci si può provare, con evoluzioni e torsioni circensi, ma l’esito è incerto e il rischio di pestare le plantule di fiori nate da sé qua e là (specialmente le speronelle) è molto alto. Sarebbe un delitto! Eppure, un po’ di largo occorre farlo…

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Ultimi giorni per le corolle solari dei narcisi. Poi, occorre avere pazienza finché le foglie si saranno seccate da sé…

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Consistenza cerosa, profumo delizioso, colore pastello: che cosa chiedere di più a un umile fiore?

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Tra le poche piante che non ho ottenuto da seme o divisione o bulbo. Un accostamento un po’ stonato nel mio giardino rosa bianco giallo, ma rompe la monotonia…

Violette (Viola tricolor) nate da sé con esemplari di Trombidium holosericeum o di Balaustium murorum (chiedo venia agli entomologi), l’innocuo ragnetto rosso del cemento o dei muri o del travertino.

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Addio prima del freddo

Potrei continuare con suggestive riprese di ragnatele grondanti goccioline d’umidità o foto poetiche coi ricami della galaverna. Invece, fino a primavera 2017 non pubblicherò proprio niente. L’inverno incombe con tutta la sua tetraggine. Fino a novembre ci sarà tempo per ricoverare le piante freddolose (ne ho poche), ma già so che non farò grandi lavori: ritirerò i due enormi vasi con le dalie rosa e la schefflera ereditata. Lascerò invece i gladioli in terra, perché oltre a non avere l’energia per espiantarli, qui il terreno è già zuppo e andare a pestare il giardino non è il massimo. La mia voglia di stare fuori diminuisce con lo scemare delle ore di luce (abito in collina e il fenomeno è più accentuato: anche in giornate soleggiate il sole si vede solo dalle undici alle tredici, in pieno inverno, per il resto è coperto nella sua bassa parabola dalla collina prospiciente). Riprenderò con rinnovato vigore a febbraio 2017.

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Cosmos: ormai una specie di intrico indisciplinato.

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Dalia. Purtroppo, è una delle poche foto decenti che posso pubblicare. Anzi, una delle poche infiorescenze decenti. Temo che le mie dalie abbiano sofferto per tutta la stagione di un fenomeno detto fasciazione: i petali erano piccoli o malformati, a volte verdini anziché rosa. Non ne so bene la ragione, forse i soliti ragnetti che qui sono molto aggressivi e prolifici.

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Rosa: siamo al quarto (e ultimo) giro di rifiorenza.

Farfalla mal fotografata…

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Crisantemi. Non vado pazzo per questi specifici crisantemi (ereditati), ma devo ammettere che sono tra le poche fioriture di ottobre/novembre. Arrivederci al 2017.

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Inizio settembre: è ancora estate…

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Pomodori: hanno qualche crepa, ma direi anche troppa grazia, visto che parlare di squilibri idrici è un eufemismo…

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Sublime gaillardia, nata da sé.

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Giovin rosa, il vergin seno / Schiude appena al ciel sereno / E già langue scolorita / Preda al vento struggitor; / Ah’, l’aurora della vita / È l’aurora del dolor!

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Rosa ‘Botticelli’ di Meilland.

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Centranthus ruber, o valeriana rossa: portata dal vento, trasferita in vaso perché non andasse pestata, ora in fiore.

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Settembrino senza nome…

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Belle di notte. Lussureggianti e al limite dell’invasivo.

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Delosperma cooperi, altro grande classico nei giardini veneti.

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Oleandro. Finalmente guarito (a furia di rame) da una malattia crittogamica da cui era affetto quando l’ho ereditato, insieme alla casa e al resto del giardino.

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Hibiscus syriacus. Ne ho tre di questa tinta, in vaso, nati da seme. Dovrò trapiantarli, ma… dove? Non c’è un posto assolato libero…

Scorpacciata.

Che aspetto minaccioso!

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Metà giugno: ancora fiori e qualche frutto…

Giornate terse, caldo ancora sopportabile, tanti fiori che si succedono. La facelia seminata da poche settimane è già in fiore e attira, come da copione, api e altri insetti. Non così tante api come mi sarei aspettato, considerando la fama di pianta mellifera della facelia. In ogni caso, va in fiore rapidamente e altrettanto rapidamente sfiorisce.

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In un angolo ombroso e fresco si rintana un rospone. I malvoni (che nome sgraziato!) o malvarose (ben altra cosa, ma sono sempre loro!) sono ormai in fioritura: alte colonne di un rosso rubino che non è che mi aggradi poi tanto… ma sono nate da sé, sicché non resta che ringraziare e stare a osservare se e quanto si allargheranno o ibrideranno negli anni a venire. Ci sono poi le prime ipomee, una vera iattura: si riseminano allegramente di anno in anno e da me sono uno dei banchetti preferiti del ragnetto rosso. Infine, ci sono ancora le spighe fitte e ramificate delle speronelle, tutte viola-blu.

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Nascosti da fronde e frasche, negletti, in ogni modo osteggiati da un ortolano fallito, che agli ortaggi preferisce i fiori, riescono comunque sparuti frutti della terra: pomodori, cipolle, barbabietole di Chioggia (dai cerchi concentrici bianchi e rosa).

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Ecco i miei passi giapponesi attraverso il giardino di fronte, in una foto alla luce serotina. Si prefigura il caos vegetale, la giungla che il giardino diventerà a luglio. Per ora ha un che di fatato e come di sospeso.

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Vecchi e nuovi protagonisti in giardino

La mia gaura prediletta è questa, ‘Alba’ o alba: è ben ramificata e davvero splendida. Mi ripropongo di averne altre piante: proverò a farne talee, sperando di avere tempo quando verrà il momento opportuno (ma ho i miei timori…).

L’effetto – mi ripeto – è quello di farfalle di carta velina. I fiori rimangono ben aperti la mattina, per poi chiudersi quando il sole picchia con forza massima, prima e dopo mezzogiorno.

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Terribile e meraviglioso Oryctes nasicornis

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Inizia la fioritura di una malvarosa nata da sé e scampata al diserbo perché presa per una lunaria

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Astilbe: piumini rosa di tra le capsule residue dei papaveri

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Ape intenta ad esplorare Phacelia tanacetifolia

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Antologia di inizio maggio

Ressa vegetale: tanto verde ma anche parecchie fioriture

Abbinamento rétro: rosa e calla

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Rosa ‘Susan Williams-Ellis’ (inglese, in vaso)

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Vera e propria giungla – papaveri esuberanti e grassi

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Mix creato dal caso: speronelle, bocche di leone, papaveri

Incontenibili, irrefrenabili, sfacciati papaveri

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Le api sono impegnate in un lavoro ebbro e febbrile, entrano ed escono con voluttà dai papaveri

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Piantine di spinacio della Nuova Zelanda – mi ri-chiedo: avrò un orto?

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Fioritura di Hydrangea anomala subsp. petiolaris

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Piantine di pisello odoroso (semi regalatimi), con sullo sfondo talee di Iberis semperflorens

Piccola giungla sul lato ovest: roselline bianche, iris, garofani, pesco

Fanciullaccia bianca

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Sedum e alisso

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Portulaca

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Sedum

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Un mare di papaveri: non avrei mai immaginato di poterli apprezzare così tanto…

Fiorisce Gaura lindheimeri

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Rosa rosa

Garofanino nato da sé

Rosa ‘Botticelli’ e ‘Marie Pavie/Pavié’

Strana ape dalla lunga proboscide

Rosa ‘Princess Alexandra of Kent’ (inglese di Austin)

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Fiordalisi

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Florilegio di fine aprile

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Piantine di pomodoro, nate ovunque per via del compost di mamma, e già ripicchettate in vaschette. Avrò un orto?

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Fiorellino sconosciuto (ahi quanta ignoranza botanica!)

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Il boschetto di pervinche, più florido che mai con questa primavera piovosa

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Un’altra delle mie piante preferite: robusta, affidabile, generosa.

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Peccato per la fioritura effimera. Ma che spettacolo!

Nigella damascena

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Aquilegia, nata da seme: accidenti se sono capricciose!

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Iris hollandica

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Un mare di fiordalisi, papaveri della California e calendule

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Pelargonio su sfondo di garofanini dei poeti

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Un mare di fiori che ondeggiano al sole, pastura di api e farfalle

IMG_0617Peonia: che signora!

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Papaveri: api e bombi li prendono letteralmente d’assalto

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